Sospeso nell’Oceano Indiano, ad appena venti chilometri dalla costa dell’Australia occidentale, c’è un piccolo paradiso dove il tempo segue il ritmo lento delle pedalate. Rottnest Island — o semplicemente “Rotto”, come la chiamano affettuosamente gli australiani — è una riserva naturale di appena 19 chilometri quadrati. È famosa in tutto il mondo per i suoi simpatici abitanti: i quokka, irresistibili marsupiali dal sorriso contagioso, diventati vere e proprie star dei social.
Sarebbe però un grande errore ridurre quest’isola a un semplice set per selfie. Con oltre 60 spiagge e una ventina di baie dalle incredibili sfumature turchesi, Rottnest è uno straordinario santuario naturale senza automobili, dove il silenzio è interrotto soltanto dal soffio del vento e dal frangere delle onde.
“Il nome dell’isola nasce da un equivoco. Nel 1696, l’esploratore olandese Willem de Vlamingh sbarcò sulle sue coste e rimase colpito dai piccoli animali grigiastri scambiandoli per enormi ratti e quindi battezzò il luogo Nido di topi“
L’anima di Wadjemup: tra spiritualità e memoria
Molto prima di diventare “Rotto”, quest’isola era conosciuta come “Wadjemup”, che per il popolo aborigeno Whadjuk Noongar significa “luogo oltre l’acqua dove si trovano gli spiriti”.
La tradizione orale Noongar narra che l’isola fosse un luogo sacro legato al viaggio delle anime dopo la morte. Circa 7.000 anni fa, con la fine dell’ultima era glaciale e il conseguente innalzamento dei mari, la terraferma si separò da Wadjemup, isolandola dal resto del continente ma preservandone l’intrinseca carica spirituale.
La storia dell’isola custodisce anche una pagina dolorosa. Tra il 1838 e il 1931, Rottnest trasformò la sua bellezza in isolamento, diventando una colonia penale destinata agli uomini aborigeni deportati da tutta l’Australia occidentale. Quasi 4.000 detenuti vi furono rinchiusi e centinaia persero la vita lontano dalle proprie comunità. Oggi, il Wadjemup Museum e diversi percorsi commemorativi restituiscono voce a questa memoria storica.

Dal “nido di topi” all’isola più sorridente d’Australia
Il nome attuale dell’isola nasce da un curioso equivoco. Nel 1696, l’esploratore olandese Willem de Vlamingh sbarcò sulle sue coste e rimase colpito dai piccoli animali grigiastri che la popolavano. Convinto di trovarsi di fronte a enormi ratti, battezzò il luogo “’t Rottenest”, ovvero “Nido di topi”.
Soltanto in seguito si comprese che quei presunti roditori erano in realtà docili marsupiali della famiglia dei macropodidi, la stessa di canguri e wallaby: i quokka. L’errore di de Vlamingh è sopravvissuto ai secoli, mentre i suoi “topi” sono diventati il simbolo più amato d’Australia.
Il loro celebre “sorriso” è dovuto semplicemente alla particolare conformazione del muso, accentuata quando ansimano per regolare la temperatura corporea. Sebbene curiosi e abituati alla presenza umana, i quokka restano animali selvatici e protetti: è severamente vietato toccarli o nutrirli. Per fotografarli con rispetto basta fermarsi in silenzio e attendere: spesso sono loro ad avvicinarsi spontaneamente, soprattutto all’alba e al tramonto, i momenti della giornata in cui sono più attivi.
Diaro di Bordo
La nostra avventura inizia a Perth. Ritirata l’auto a noleggio, raggiungiamo la vivace città portuale di Fremantle in soli 20 minuti e da lì ci imbarchiamo per Rottnest.
Dopo mezz’ora sbarchiamo nell’isola dove l’unico mezzo di trasporto consentito è la bicicletta. Non facciamo in tempo a pedalare verso l’ombra dei primi alberi poco fuori da Thomson Bay che scorgiamo i nostri primi quokka. Ci accovacciamo a terra e attendiamo con pazienza: la loro curiosità ha la meglio e ci regalano l’opportunità di uno scatto indimenticabile, nel totale rispetto della loro natura.
“Sebbene curiosi e abituati alla presenza umana, i quokka restano animali selvatici e protetti: è vietato toccarli o nutrirli“
La nostra prima tappa sul mare è The Basin, una piscina naturale protetta da una ricca barriera corallina. Indossati maschera e boccaglio, ci tuffiamo in un’acqua cristallina e calmissima, nuotando tra pesci tropicali, graziose razze e piccoli polpi.
Rimessi i piedi sui pedali, puntiamo verso sud-est fino a raggiungere Little Salmon Bay e Parker Point. Nelle giornate più limpide la visibilità sott’acqua supera facilmente i venti metri: la sensazione è letteralmente quella di fluttuare all’interno di un acquario gigante nel mezzo dell’Oceano Indiano.
Dopo chilometri a pedalare sotto il sole e a nuotare la fame si fa sentire. Ci concediamo una pausa culinaria tipicamente australiana: una saporita meat pie (il classico pasticcio di carne), un sausage roll ben caldo e, per concludere in bellezza, uno dei famosi bomboloni giganti alla crema.
Nel pomeriggio ci spingiamo verso l’interno e le scogliere occidentali. Saliamo prima verso il Bathurst Lighthouse (risalente al 1900), che svetta fiero sopra la splendida Pinky Beach, per poi affrontare una breve salita fino al Wadjemup Lighthouse (del 1896), situato nel punto più alto dell’isola.
Spingendoci ancora oltre arriviamo a Cape Vlamingh, l’estremo ovest di Rottnest. Qui la natura mostra il suo volto più selvaggio e primordiale: le onde dell’Oceano Indiano si infrangono con forza spettacolare contro le imponenti piattaforme rocciose. Ci sediamo sulla scogliera a osservare l’orizzonte infinito, lasciandoci rigenerare dall’energia del vento.

Valeria De Simone