Sono gli alisei a dettarne il ritmo e l’identità, soffiando costanti su un’architettura che è un raro abbraccio tra mondi. Essaouira — l’antica Mogador, affacciata sulla costa marocchina dell’Atlantico — è la città del vento, dove le geometrie arabe si fondono con le fortificazioni portoghesi. Oltre le mura color ocra si svela la Medina: un labirinto dove il bianco accecante delle calci e il blu profondo di porte e finestre richiamano, quasi per incanto, i colori delle Cicladi nel cuore pulsante del Maghreb.
Il volto attuale della città nasce nel XVIII secolo dalla visione del sultano Mohammed ben Abdallah: sognava il porto più moderno del regno e ne affidò il disegno all’architetto francese Théodore Cornut. Fu lui a imprimere all’abitato quell’ordine urbanistico razionale che le valse il nome di Essaouira — “la ben disegnata”.
Ma le radici di questo luogo affondano in tempi ben più remoti. Al largo della costa, le Isole Purpuree custodiscono il segreto dei Fenici che qui estraevano dai murici la preziosa tintura rossa destinata a colorare le toghe dei senatori romani. Oggi, quelle stesse isole sono un santuario di silenzio e un rifugio protetto per il raro falco della regina.
“Al largo della costa, le Isole Purpuree custodiscono il segreto dei Fenici, che qui estraevano dai murici la preziosa tintura rossa destinata a colorare le toghe dei senatori romani“
La vocazione storicamente tollerante di Essaouira — frutto di secoli di convivenza tra comunità ebraiche, musulmane e berbere — ha offerto il terreno ideale per la generazione hippy che, tra gli anni Sessanta e Settanta, scelse la città marocchina come tappa del celebre “Hippy Trail”. In questo clima di pacifica ribellione, la cronaca si è mescolata presto alla leggenda: si narra che Jimi Hendrix rimase folgorato dalla solitudine selvaggia delle rovine di Diabat, un borgo a sud della città.
Secondo la tradizione popolare, la sua Castles Made of Sand sarebbe stata ispirata proprio dai resti del palazzo del sultano che affondano lentamente nella sabbia. Sulla sua scia, artisti come Cat Stevens, i Rolling Stones e i Jefferson Airplane trovarono nei caffè di Place Moulay Hassan un approdo sicuro dove osservare il mondo senza esserne travolti.

Diaro di Bordo
Lasciando il calore vibrante di Marrakech, la strada si snoda per 180 chilometri tra paesaggi semidesertici. Lungo la Valle dell’Argan, lo sguardo viene catturato da uno spettacolo singolare: capre che, con agilità sorprendente, si arrampicano sui rami contorti per brucare i frutti degli alberi. Fermarsi in una delle cooperative locali è d’obbligo per scoprire l’estrazione dell’olio di Argan, l’ “oro liquido” del Marocco.
Una volta giunti a destinazione, la visita inizia dalla Skala de la Ville. Passeggiamo lungo i bastioni dove, tra i cannoni di bronzo rivolti verso l’oceano, si apre una vista sconfinata sulle onde che si infrangono con forza sulla costa. Ci addentriamo poi nel Mellah, l’antico quartiere ebraico. Attraversarlo significa toccare con mano la memoria di una convivenza pacifica tra fedi diverse.
“Si narra che Jimi Hendrix rimase folgorato dalla solitudine selvaggia delle rovine di Diabat e la sua Castles Made of Sand sarebbe stata ispirata proprio dai resti del palazzo del sultano”
Dopo aver curiosato tra le botteghe degli artigiani del legno di tuia, celebre per il suo profumo balsamico, raggiungiamo il porto: un mosaico di barche blu cobalto che ondeggiano leggere tra il richiamo dei gabbiani e l’energia vivace dei pescatori intenti a rammendare le reti.
Scegliamo del pesce appena pescato da far grigliare al momento su braci improvvisate, condito solo con sale e limone. Concludiamo con pane caldo e amlou, crema vellutata a base di mandorle, miele e olio di Argan, accompagnato da un rigenerante tè alla menta.

Valeria De Simone