C’è una Sardegna che non guarda il mare. Un’isola interna, scolpita dal vento e da secoli di isolamento, dove i paesi si aggrappano alla roccia. Quando la costa scompare nello specchietto retrovisore, l’entroterra cambia ritmo: compaiono templi preistorici rivolti alle stelle, villaggi rinati dall’abbandono e comunità che hanno trasformato arte, memoria e tradizione in una forma di resistenza culturale.
1. Monte d’Accoddi: la ziggurat del Mediterraneo
A pochi chilometri da Sassari, la pianura si interrompe all’improvviso davanti a una struttura che ricorda le antiche ziggurat mesopotamiche. Monte d’Accoddi, altare monumentale costruito tra il 4000 e il 3200 a.C., è un unicum archeologico nel Mediterraneo.
Questa piattaforma monumentale, che precede di secoli le piramidi di Giza, testimonia l’esistenza di una civiltà sorprendentemente evoluta sul piano spirituale e astronomico. Non era una tomba, ma un luogo rituale: una lunga rampa conduceva sacerdoti e officianti verso la sommità, dove probabilmente si celebravano culti legati al cielo e ai cicli naturali.
Attorno al santuario emergono altri elementi enigmatici: un menhir alto quasi cinque metri e grandi pietre sferiche perfettamente levigate, forse collegate all’osservazione del Sole e della Luna. Ancora oggi il sito conserva un’atmosfera austera, quasi surreale.
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- Percorrete la SS131 in direzione Porto Torres: il sito è segnalato al km 222.
- Apertura dal martedì alla domenica, dalle 9:00 alle 18:00.
2. Tratalias Vecchia: il borgo rinato
Nel cuore del basso Sulcis sopravvive un borgo medievale rimasto per anni sull’orlo della scomparsa. Negli anni ’70, la costruzione della diga di Monte Pranu provocò infiltrazioni e cedimenti che costrinsero gran parte degli abitanti a trasferirsi altrove. Tratalias Vecchia sembrava destinata a diventare una città fantasma.
Invece il paese è stato recuperato attraverso un lungo restauro conservativo che ha restituito vita alle case in pietra, alle piazze e ai laboratori artigiani. Oggi il borgo ospita botteghe dove si lavorano ancora il cuoio, i tessuti e la lana grezza secondo tecniche tradizionali.
Al centro svetta la Cattedrale di Santa Maria di Monserrato, costruita nel 1213: uno dei più importanti esempi di romanico pisano in Sardegna, con la sua facciata sobria e luminosa che domina il silenzio della piazza.
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- Da provare i malloreddus fatti a mano con zafferano DOP di San Gavino.
- Da non perdere il Museo del Territorio, dedicato alla storia del borgo e alla sua rinascita.

3. Orgosolo: i murales e il canto della Barbagia
Nel cuore della Barbagia, Orgosolo ha trasformato i muri delle proprie case in uno dei più importanti racconti collettivi d’Italia. Gli oltre 150 murales che ricoprono il paese iniziarono a comparire negli anni ’60 come forma di protesta politica e sociale: raccontano lotte dei pastori, conflitti internazionali, temi legati al lavoro, alla pace e all’identità sarda.
Passeggiare tra le strade ripide del centro significa attraversare un museo a cielo aperto in continua evoluzione, dove arte e memoria convivono con la vita quotidiana. Orgosolo custodisce anche una tradizione sonora unica: il canto a tenore, riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Quattro voci maschili costruiscono armonie profonde e ipnotiche che sembrano emergere direttamente dal paesaggio della Barbagia.
Accanto alla musica sopravvivono antichi saperi artigiani come la lavorazione de Su Lionzu, il tradizionale copricapo femminile in seta gialla, legato all’allevamento di una rara varietà locale di baco da seta.
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- Si raggiunge facilmente in auto da Nuoro lungo una delle strade panoramiche più belle dell’interno sardo.
- Il percorso dei murales è libero e visitabile gratuitamente tutto l’anno.
4. San Giovanni in Sinis, tra pietra e sabbia
Sulla punta estrema della penisola del Sinis, tra lagune e mare aperto, sorge una delle chiese più antiche della Sardegna. Costruita nel VI secolo, in epoca bizantina, con blocchi di arenaria recuperati dall’antica città punica di Tharros, San Giovanni appare quasi mimetizzata nel paesaggio.
Le sue cupole primitive e l’interno essenziale restituiscono una sensazione di raccoglimento assoluto. Tutto intorno, il paesaggio del Sinis — arido, ventoso e quasi spoglio — amplifica il senso di isolamento. Non sorprende che negli anni ’60 quest’area sia stata scelta come set naturale per numerosi western all’italiana: le dune, la luce dura e la vegetazione bassa ricordavano i paesaggi di frontiera del Messico.
A pochi minuti dalla chiesa si trova anche l’Ipogeo di San Salvatore, un santuario sotterraneo dove graffiti in arabo, greco e latino testimoniano secoli di passaggi, culti e pellegrinaggi nel Mediterraneo.
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- Prima di ripartire, assaggiate la bottarga di muggine di Cabras servita con pane pistoccu.
- Da visitare anche il vicino sito archeologico di Tharros.

5. Aggius e la Valle della Luna
Nel cuore della Gallura si estende la cosiddetta Valle della Luna, conosciuta anche come Piana dei Grandi Sassi. Qui il maestrale ha modellato enormi blocchi di granito in forme che ricordano animali, maschere e volti umani. In questo scenario lunare, i pastori hanno imparato a convivere con la roccia, utilizzando le conca fraigada — grotte naturali chiuse da muretti a secco — come rifugi impenetrabili.
Poco distante sorge Aggius, borgo di granito inserito tra i Borghi Bandiera Arancione del Touring Club Italiano. Oltre alla tradizione tessile dei tappeti galluresi, il paese custodisce uno dei musei più insoliti dell’isola: il Museo del Banditismo.
Allestito nell’antico palazzo pretorio, ricostruisce il fenomeno del banditismo gallurese dell’Ottocento con documenti, testimonianze e analisi storiche, lontani dalle consuete narrazioni folkloristiche.
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- Da non perdere la zuppa gallurese, preparata con pane raffermo, brodo e formaggio fuso.
- L’auto è indispensabile: da Olbia si prosegue verso Tempio Pausania fino ad Aggius.
Valeria De Simone